Lister Sartoria Sociale

Qualche tempo fa, mentre assistevo alle prove di teatro dell'Accademia della Follia, Ana, una cara amica, mi propone di andare a prendere qualcosa da bere alla macchinetta del caffé. Entriamo quindi insieme nel padiglione M del Parco di san Giovanni, a Trieste, comunemente noto a tutti come ex o.p.p. Vengo subito folgorata da una bellissima esposizione di capi d'abbigliamento lungo il corridoio, in fondo al quale una porta aperta mi dice “Cosa aspetti? Entra!” Non mi faccio pregare due volte dalla curiosità e, parlando con Carla, scopro di trovarmi all'interno della Cooperativa sociale Lister, una sartoria/maglieria artigianale che non posso dire faccia i miracoli, visto che nei miracoli non ci credo, ma il cui ingegno ha del miracoloso, soprattutto se pensiamo ai tempi in cui viviamo dove la parola d'ordine, a qualsiasi livello, è spreco: di tempo, di energie, di denaro, di cibo che per incuria viene lasciato marcire nel frigorifero finché quest'ultimo non implora disperato “ti prego, butta via questo cadavere di gorgonzola che sto per avere un malore”. Con un po' di sollievo, misto a senso di vergogna ereditato dalla nonna per i bambini che muoiono di fame nel mondo, il cadavere del gorgonzola finisce in cassonetto, dove continuerà a imputridire finché le sue spoglie non verranno date alle fiamme in compagnia di innumerevoli altri cadaveri e si trasformerà in quella sottilissima polvere che, pare, non faccia proprio bene alla salute.
Premetto che non vado orgogliosa dei miei sprechi. Allo stesso tempo trovo poco edificante che in una città, che si professa e che viene descritta come “civilissima”, non ci siano i cassonetti dell'umido. Premetto inoltre che mi trovo sempre in grande imbarazzo quando getto le cose nei contenitori della differenziata perché non sono affatto sicura dell'utilizzo che ne verrà fatto. Chi mi garantisce che carta, plastica, vetro non vengano usati per alimentare il cosiddetto termovalorizzatore di Trieste che, per essere operativo e usufruire dei benefici previsti dalla legge, deve per forza ardere? Del resto, non è pensabile, in nome del dubbio, buttare tutto nei cassonetti dell'indifferenziata, dicendo “tanto vien tutto brusa in inceneritor”, né tenersi tonnellate di materiale “inutile” in casa. Quindi, non resta altro che rassegnarsi, sperando che almeno una parte dell'immondizia finisca in mano a gente seria che ne faccia buon uso.
Tuttavia, non riesco a rassegnarmi a “buttare” con tanta leggerezza i capi di abbigliamento, persino quelli rovinati da Pupo Pan, il mio gatto, estimatore vorace di lana e cotone, meno – chissà perché? – dei tessuti sintetici. Così, non essendo per di più una grande consumatrice di prodotti d'abbigliamento, conservo in un baule e in una valigia degli anni '30 tutte le cose che non uso più, il cui destino finale è ancora in attesa di essere scritto. O meglio lo era perché, dopo essere entrata nel laboratorio della Cooperativa Lister ed aver visto quello che le persone fanno, adesso so dove portare i miei capi, e immaginare quello che potranno diventare: una borsetta, un berretto, una sciarpa, una trousse, un portaocchiali o qualcos'altro.

Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale
Lister Sartoria Sociale

"Lister” è l'anagramma di “terlis”, parola comunemente usata a Trieste e dintorni per indicare la tuta da lavoro degli operai, fatta di un tessuto molto resistente ma anche molto anonimo, simbolo di una società di massa che trova la sua “normalità” nella fabbrica e le sue contraddizioni nei vari luoghi di internamento: i manicomi, i campi di concentramento, le prigioni, gli ospedali persino, se accettiamo in toto le tesi del filosofo francese Michel Foucault. E non è un caso che uno dei primi provvedimenti adottati da Franco Basaglia, a Gorizia prima, a Trieste poi, fu quello di riconsegnare ai pazienti psichiatrici la dignità di cui erano stati privati sostituendo la divisa anonima che indossavano con vestiti scelti dagli ammalati stessi.
E togliere l'anonimia a tessuti che altrimenti sarebbero destinati probabilmente al macero, riconsegnando loro dignità, senso e significato, è anche l'obiettivo della cooperativa, fondata nel 2006 come evoluzione dei laboratori di sartoria e maglieria nati a metà degli anni '90, rispettivamente nel padiglione P e nel padiglione M del Parco di san Giovanni.
Ecco così che, a titolo esemplificativo, un ombrello divelto dalla bora può diventare un aquilone o una mantellina impermeabile per bambino. Oppure un cappotto usato si può trasformare in borsetta, senza che, peraltro, le sue caratteristiche vengano snaturate. E tutto questo grazie al lavoro meticoloso dei lavoratori e lavoratrici della cooperativa che, prima di tagliare un capo, ne analizzano la fattura, il disegno e tutti quei dettagli che lo contraddistinguono.
Il risultato finale, vuoi di maglieria, vuoi di sartoria, è un prodotto unico, che non ha eguali, perché la base di partenza è diversa, per colore, taglio, forma, disegno, materiale. Prendiamo la lana, ad esempio. Il maglione dismesso che arriva in laboratorio viene scucito, poi “disfatto” in vari gomitoli e scomposto in singoli capi di lana che vengono poi combinati ad altri capi di origine diversa per creare berretti, sciarpe, scaldamuscoli e così via.
Incredibile, vero? Così come sono incredibili le persone che ci lavorano: Pino, Maurizio, Carla, Marina, Mariuccia, Roberta, Pasqualina, Marianna, Liliana, Maddalena, Milena, Nadia, per citarne alcune.

La maglieria


Entrando nel “reparto” maglieria della cooperativa Lister due cose colpiscono subito: la luce che inonda la stanza da ogni lato, e una sensazione di pace e serenità che mi è capitato raramente di trovare nei luoghi di lavoro. Lo spirito di collaborazione sembra regnare sovrano. Il resto, di conseguenza… (Continua a leggere)

La sartoria


Non so voi, io ho smesso di contare già da tempo il numero di ombrelli che ho distrutto nelle giornate di bora scura a Trieste. Ombrelli che ho sempre buttato via senza alcuna esitazione, solo con un po' di fastidio per i soldi buttati letteralmente nel cassonetto. Non avrei mai immaginato (limite mio, mi rendo conto) che di un ombrello rotto ci si potesse fare qualcosa… (Continua a leggere)



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