Trieste e dei miti da sfatare
Una commedia in tre atti

Non avendolo ancora fatto in modo sistematico, in questi giorni mi sono data alla pulizia dell'archivio fotografico, lavoro che, volenti o nolenti, ogni tanto tocca fare per evitare di ritrovarsi con il disco interno ed esterno colmi fino all'orlo. E' stata anche un'occasione per riguardare una serie di immagini realizzate negli ultimi due anni e devo dire che sono rimasta favorevolmente sorpresa: non sicuramente per le mie (discutibili) capacità in materia, quanto perché ho realizzato di potermi avvalere di queste  stesse immagini per poter sfatare alcuni miti che imperano a Trieste.
Partirei da quello più in auge e cioè la supposta italianità della città ridente, ops, redenta. Quest'idiozia, che però in passato ha determinato morti, persecuzioni, esili più o meno forzati, la si può sfatare senza creare troppo disturbo ai neuroni: basta infatti togliersi paraocchi e paraorecchie, aprire le orecchie e guardarsi intorno. Le storiche comunità slovena, greca, ebraica, serba sono state affiancate in tempi più o meno recenti da quella cinese, da quella senegalese, da quella bosniaca e, parlando più in generale, da persone provenienti da più di trenta paesi sparsi sul globo terraqueo. Persone che, per la grande maggioranza, lavorano, pagano le tasse, mandano i figli nelle scuole italiane (o slovene), spesso parlano triestino, sono perfettamente integrate nella comunità cittadina, pur conservando (e condividendo) usi e tradizioni dei paesi d'origine.
Il secondo mito è altrettanto ridicolo, a ben pensarci, ed è costituito dal cosiddetto "no se puede", "no se pol" (non si può). Diciamo invece che sarebbe più opportuno parlare di un "no volemo ke se possi" (non vogliamo che si possa), il tutto per evitare ai vari Don Rodrigo locali (e ce ne sono molti più di quanto si pensi - ma questo sarà un altro capitolo...) di perdere il controllo sui rispettivi campi di ortiche. A smentire il "no se pol" ci sono persone coraggiose che, nonostante i paletti, gli ostacoli, i NEIN e i RAUS ci provano, insistono, rompono le scatole a destra e a manca e, alla fine, magari con fatica, ce la fanno.
Il terzo mito, "Trieste città di pensionati" è un po' più difficile da sfatare. Trieste è palesemente una città di vecchi e quelli che possono se ne vanno, anche perché le opportunità di lavoro, fatta eccezione per badanti e venditori porta a porta, sono ridicole - basta leggere gli annunci economici. E' anche vero però che ci sono parecchi giovani che in città arrivano e moltissimi under sessanta che restano, che non se ne vogliono andare, che studiano, lavorano, scrivono, dipingono, recitano, fanno musica, nonostante tutto, in primis il "no volemo ke se possi".

Quella che presento è una commedia in tre atti, intitolati rispettivamente: "Trieste italianissima", "A Trieste no se puede", "Trieste, una città di pensionati" e rappresenta un omaggio alle persone che ho avuto la fortuna di incontrare e che mi permettono di sperare che i miti di cui sopra trovino finalmente pace e serenità in quel di Sant'Anna.

Trieste italianissima


Dove si cerca mettere in discussione il concetto di italianità di Trieste... (Continua a leggere)

A Trieste "no se puede"


Dove si capisce chiaramente che non è che a Trieste non si possa fare... (Continua a leggere)

Trieste, una città di pensionati


Dove si può notare che a Trieste non ci sono solo pensionati... (Continua a leggere)

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